lunedì 16 marzo 2015

PiFS, e non preoccupiamoci più dello spazio di archiviazione!

Eccoci tornati con la nostra consueta rubrica riguardante la simpatia dei programmatori e le loro divertentissime trovate!
Cosa? Non esiste una rubrica del genere sul nostro blog? Beh, sarà proprio il caso di crearne una allora!

Partiamo dal principio, ossia dal nome che apre il titolo: PiFS. “Pi” è il noto Pi greco, quel numerino che ci si trova sempre in mezzo alle scatole e che quindi non dovrebbe aver bisogno di ulteriori presentazioni.
FS sta invece per FileSystem, quella parte del sistema operativo che permette di compiere operazioni di scrittura e lettura su qualunque dispositivo di memorizzazione (un hard disk, una chiavetta usb ecc ecc) in maniera trasparente all'utente. I nostri dati infatti non sono organizzati in cartelle, ma piuttosto scritti a casaccio, e non sempre in maniera contigua (ad esempio quel film da 4Gb che avete illegalmente scaricato sarà scritto “dove c'è spazio”, e se necessario spezzato più volte: difficile infatti trovare tutto quello spazio libero contiguo sul vostro hard disk!). Compito del filesystem quindi è, mentre navighiamo tra le cartelle del nostro pc e apriamo un file, far ruotare il disco di modo che la testina legga esattamente tutte le parti di quel file. Le cartelle sono semplicemente dei file speciali che contengono la lista dei file presenti al loro interno.
E questo condensa il what; l'how  è molto complesso e ve lo lascio cercare su google, se siete interessati.
Trovo piuttosto affascinante che all'utente tutto ciò sia nascosto, non è fantastico?
Ma bando ai sentimentalismi, andiamo avanti!
Cerchiamo di capire perché asserisco che grazie a PiFS potremo scordarci dello spazio di archiviazione. Esiste una congettura, per ora mai provata ma nemmeno smentita, che afferma che Pi sia un numero normale; cosa sia un numero normale, lo lascio alla chiara definizione data da wikipedia:
a number of infinite length is called normal when all possible sequences of digits (of any given length) appear equally often.
Il fatto che sia normale, implica anche che sia una sequenza disgiuntiva, ossia una sequenza infinita di cifre all'interno della quale compare ogni altra possibile finita sequenza. Proviamo a ragionare un po'…se Pi contiene ogni finita sequenza di numeri...allora, scrivendolo ovviamente in binario, esso conterrà anche ogni dato di tutto ciò che è stato, è, e sarà!
Detto in un'altra maniera: tutti i possibili file, da questo che sto scrivendo ora, a quel file che avete cancellato per errore anni fa, alla vostra tesi di laurea salvata prontamente sul vostro PC, e pure quel progetto di software che avete in mente di scrivere, tutto ciò è già presente in Pi!!
E da qui l'idea di PiFS: celebriamo la grandezza di questo numero, prostriamoci d'innanzi alla sua infinita potenza, e creiamo un FS che sfrutti questa sua proprietà!
L'idea dello sviluppatore è stata quindi quella di creare un filesystem che semplicemente cerchi byte per byte di ciascun file (per questioni di performance non cerca la sequenza del file intero, ma lo spezza in “sotto-file” di un byte) dove inizia la sequenza di quel dato byte di quel dato file, e segni quest'indice come metadato sullo spazio di archiviazione (che comunque è necessario).
Beh...che dire? Geniale!!! Abbiamo sconfitto la fame nel mondo il problema dello spazio di archiviazione!

Ma c'è un enorme limite, anzi due: le performance sono scarsissime e soprattutto non ci è dato sapere quanto tempo ci vorrà a cercare la sequenza corrispondente (in scrittura), potrebbero volerci giorni anche sui pc più potenti. Vale lo stesso problema anche in lettura: pur avendo l'indice dal quale la sequenza corrispondente all'inizio dell' i-esimo byte del file, dobbiamo comunque scorrere Pi fino a quell'indice (e quindi il tempo di accesso può essere molto lungo); inoltre, se spezzare i file in sotto-file da 1 byte ci permette in scrittura di essere “più efficienti”, in lettura si è penalizzati dal fatto che si avranno molti indici da cercare in fila per leggere un file interamente.
L'altro problema, e qua arriva la trollata finale, è che i metadati riguardanti gli indici generati da PiFS, hanno in media dimensione maggiore rispetto ai file stessi!
Insomma, non solo le operazioni di lettura e scrittura sarebbero lentissime, in più alla fine sprecheremmo più spazio di quanto se ne utilizzi ora!
Ovviamente lo sviluppatore è consapevole di questa contraddizione, infatti il filesystem è nato come scherzo che, devo essere sincero, gli è proprio ben riuscito! Mi ha strappato più di qualche risata, oltre a lasciarmi a bocca aperta per la genialità ovviamente!
Lascio il link al github del genio: https://github.com/philipl/pifs.

Gloria, gloria al nostro Pi!
Al prossimo numero di questa nostra splendida rubr... no, non sbattetemi fuori! Nooooooooooooo!

lunedì 2 marzo 2015

GHOST: un fantasma nelle glibc

Torniamo a discutere di sicurezza informatica e torniamo a parlare di bug in librerie che non dovrebbero contenerne. Spirito polemico a parte, il 2015 si è aperto in bellezza con la vulnerabilità di sicurezza etichettata CVE-2015-0235 e nota al pubblico come GHOST.

Cos'ha di speciale questa vulnerabilità? In primo luogo riguarda l'equivalente GNU/Linux di uno dei componenti base di ogni sistema *NIX: la libreria standard del C. Per quanto bello ed interessante il pippone sulla storia di UNIX e del linguaggio C è già stato oggetto di numerosi articoli e discussioni: i più pigri possono risparmiarsi una ricerca su Google e leggere l'articolo di Wikipedia su UNIX.

Se non siete stati risucchiati dal gorgo degli articoli correlati e ce l'avete fatta a tornare tra noi ora sapete che, senza la libreria standard del C, scrivere un qualsiasi programma diventa un compito per guru del linguaggio assembly. Per non parlare della possibilità di avere codice (più o meno) portabile...

Faccio anche notare che il kernel Linux ha una sua versione ridotta della libreria standard del C (la klibc) data la necessità di massima indipendenza del kernel da librerie esterne (e anche qui ce ne sarebbe da discutere, ma mi sono imposto di ridurre le divagazioni al minimo).

Appurato che la libreria standard del C è importante per lo userland tanto quanto lo sono il kernel e le syscall che questo espone, vediamo di capire più in dettaglio cosa è andato storto stavolta e quali implicazioni il bug si porta dietro.

Il Diavolo nei dettagli

Se avete cliccato sul link in cima all'articolo sarete arrivati ad un file di testo scritto in informatichese stretto che spiega con squisito dettaglio quali sono le cause e quali gli effetti del bug, oltre a dare un piccolo programma in C che (una volta compilato) servirà a testare i propri computer.

Potrei cercare di tradurre alla meglio l'articolo in questione e dichiarare festa finita, ma chi mi legge abitualmente sa che non è mia consuetudine scrivere simili articoli.

Cominciamo quindi la nostra maratona di brutalità informatica per iniziati! :-D

La colpevole è una funzione interna delle glibc (ovvero una funzione che non è possibile chiamare dall'esterno ma che viene chiamata da altre funzioni delle glibc): __nss_hostname_digits_dots

Leggendo questa funzione, mi è subito sembrato chiaro che chi l'ha scritta non si fidasse del compilatore: invece di creare una struttura con 4 puntatori ed allocare un buffer per contenerne l'input, ha deciso di allocare un unico buffer e di calcolare a priori lo spazio per contenere 2 puntatori e il testo di input, dimenticando per strada un puntatore.

"Ma così si risparmia spazio!". Certo, se devi far girare il tuo codice su un microcontrollore con 16 kilobyte di RAM lo spazio è vitale. Ma qui si parla di PC che hanno memoria a strafottere e risparmiare lo spazio per un puntatore compromettendo la leggibilità del codice è una falsa economia.

Qual è il risultato di quel puntatore dimenticato? Che si può andare a scrivere roba oltre i limiti del buffer (buffer overflow) e ciò è MALE.

Per chi fosse curioso di scoprire quanto può essere dannoso un buffer overflow consiglio caldamente la lettura di Smashing The Stack For Fun and Profit storico articolo di Aleph One pubblicato su Phrack 49 nel lontano 1996. Per chi non avesse tempo/voglia di leggere l'articolo la versione TL:DR si riduce a "un valore sbagliato nel posto giusto e il mio computer è alla mercé di chi ha scritto quel valore in quel posto".

Vista la natura così pericolosa dei buffer overflow gli sviluppatori di compilatori, linguaggi di programmazione e sistemi operativi hanno passato gli ultimi 20 anni a studiare tecniche atte a mitigare le conseguenze degli errori di programmazione. La letteratura in merito è ampia e variegata e le tecniche più quotate al momento in cui scrivo sono tre:

  1. Canarini nello stack e/o bound checks a runtime.
  2. NX bit (reale o emulato).
  3. Address Space Layout Randomization (ASLR).

Spero che mi perdonerete la brevità ma per capire come hanno fatto ad aggirare questi meccanismi occorre prima capire come questi operano.

Canarini e bound checks

I canarini devono il loro nome a quelli utilizzati nelle miniere per rilevare le fughe di gas tossici nelle gallerie: se il canarino sveniva o moriva l'aria era tossica anche per i minatori.

I canarini nello stack sono porzioni di dati randomizzati inserite dopo il buffer. La procedura di chiamata delle funzioni si complica un po' perché occorre verificare il canarino in fase di uscita dalla funzione se il canarino è stato modificato in qualche modo la routine di uscita dalla funzione interrompe l'esecuzione e uccide il programma. Questo comportamento è giustificato dall'idea che è preferibile una caduta di servizio che una compromissione del computer.

Il valore del canarino di solito è inserito in una posizione particolare di memoria circondata da aree di memoria non valida che causa un segmentation fault nel caso in cui un attaccante cerchi di leggere sequenzialmente la memoria per cercare il canarino.

I canarini richiedono un cambiamento del compilatore e spezzano la compatibilità binaria perché modificano l'ABI (Application Binary Interface) dei programmi e delle librerie.

Un altro metodo per aumentare la sicurezza consiste nel bound checking (controllo dei limiti). Quando la dimensione del buffer è nota durante la compilazione (cioè scritta direttamente nel codice o definita da una costante nota al compilatore) il controllo è facile da implementare automaticamente. Quando la dimensione del buffer non può essere nota a priori il compilatore deve aggiungere del codice che tenga traccia delle dimensioni di tutti i buffer allocati dinamicamente, così da consentire il controllo dei limiti.

La suite di compilatori GCC supporta i canarini, ma non li abilita di default. Per abilitarli occorre aggiungere il flag -fstack-protector (o -fstack-protector-all per proteggere tutte le chiamate a funzione).

Per maggiori informazioni potete consultare la pagina di Wikipedia sulla Buffer Overflow Protection.

NX bit

Il bit NX è una caratteristica di alcune architetture (AMD64/x86_64, Alpha, UltraSPARC) che consente di segnare una pagina di memoria come non eseguibile.

Se la CPU prova ad eseguire istruzioni presenti in una pagina marcata dal bit NX un interrupt hardware viene eseguito e il sistema operativo può interrompere il processo in corso o (se il problema avviene in kernel space) lanciare un kernel panic.

A differenza dei canarini, la protezione data dal bit NX non incide sulle performance dei programmi ma richiede, oltre al supporto da parte dell'hardware, che il compilatore indichi nei file di output quali sono le aree di memoria eseguibili e le consolidi in modo da facilitare il lavoro del loader (la porzione del sistema operativo che si occupa di caricare in memoria i programmi). Inoltre il compilatore non deve emettere codice che dipenda da uno stack o da uno heap eseguibile altrimenti quel codice farà scattare la protezione.

Nelle architetture in cui il bit NX non è presente (le più rilevanti delle quali sono x86 e ARM) si possono utilizzare dei meccanismi alternativi come il SEGMEXEC di PaX che sfrutta il registro Code Segment e gli interrupt di page fault per emulare il bit NX al prezzo di dimezzare la memoria allocabile disponibile per i programmi.

Ovviamente questa emulazione richiede una modifica rispetto al kernel standard ("vanilla"). Solo alcune distro hanno deciso di applicare queste patch, a causa delle ripercussioni sul resto del sistema (minori performance e, in alcuni casi, programmi che smettono di funzionare). Il kernel Linux vanilla per x86_64 (e per alcuni processori x86 che lo supportano) sfrutta il bit NX già dalla versione 2.6.8.

Address Space Layout Randomization (ASLR)

Veniamo ora al più complicato (e secondo alcuni più efficace) mezzo di protezione della memoria: la randomizzazione dello schema di disposizione di dati e istruzioni nella memoria.

Per prima cosa mi scuso per l'orribile termine "randomizzazione" ma non ho trovato un equivalente meno brutto ma altrettanto calzante.

Per seconda cosa sappiate che se non avete ancora letto "Smashing The Stack For Fun and Profit" siete delle brutte persone che non capiranno molto di quello che seguirà.

L'ASLR consiste in una serie di accorgimenti atti a rendere la vita difficile a chi cerca di sfruttare i buffer overflow. Ma quali buffer overflow?

La tecnica canonica è lo stack overflow: una scrittura di dati che eccedono in quantità la dimensione di un buffer allocato nello stack e che vanno a sovrascrivere l'indirizzo di ritorno della funzione con un valore arbitrario. Gli effetti variano dal crash dell'applicazione fino all'esecuzione di una shell con i privilegi dell'utente che ha lanciato l'applicazione.

Contro gli stack overflow si può adottare una tecnica che consiste nel creare uno spazio vuoto (gap) tra l'indirizzo di ritorno e i parametri della funzione. Ovviamente se questo spazio vuoto fosse fisso sarebbe facile compensare per cui il gap dev'essere casuale. Uniamo questo trucco ad un canarino piazzato prima dell'indirizzo di ritorno e abbiamo già cominciato a creare una bella gatta da pelare per chi scrive malware.

La randomizzazione però non si ferma qui: c'è l'intera categoria degli heap overflow che, pur essendo più complessi da sfruttare degli stack overflow, rappresentano una bella fetta delle minacce a cui si va incontro.

Come facciamo a proteggerci dagli heap overflow? Randomizzando la memoria ulteriormente. Per capire come dobbiamo prima capire cos'è uno heap overflow e come si può sfruttare.

Heap Overflows

Se avete tempo trovate un'eccellente spiegazione di come sfruttare un overflow dello heap su Hackers Hut e aggiungo anche l'ottimo (seppur datato) articolo di Michel "MaXX" Kaempf su Phrack 57 che spiega in dettaglio il funzionamento dell'allocazione della memoria nelle glibc. La lettura è decisamente impegnativa e richiede alcune conoscenze approfondite del funzionamento del kernel Linux, del linguaggio C e un'infarinatura su come funziona un linker dinamico per eseguibili in formato ELF.

La versione TL:DR è la seguente: se siete sopravvissuti ad un corso di C saprete già che malloc riserva un'area di memoria nello heap mentre free la libera. Quello che fa la versione di malloc implementata nelle glibc è chiedere al kernel di riservare un po' di memoria e, se tutto va bene, usa parte di quella memoria per scrivere la seguente struttura dati:

struct malloc_chunk {

  INTERNAL_SIZE_T      prev_size;  /*Size of previous chunk (if free).*/
  INTERNAL_SIZE_T      size;       /*Size in bytes, including overhead.*/

  struct malloc_chunk* fd;         /*double links -- used only if free.*/
  struct malloc_chunk* bk;

  /*Only used for large blocks: pointer to next larger size.*/
  struct malloc_chunk* fd_nextsize; /*double links -- used only if free.*/
  struct malloc_chunk* bk_nextsize;
};

Sempre se avete completato il corso di C, saprete che quella struct, al netto degli ultimi due campi (che ignoreremo), è una lista concatenata doppia. Per chi non avesse seguito con attenzione: la lista concatenata doppia è una struttura dati dinamica i cui elementi puntano tutti all'elemento precedente e all'elemento successivo nella lista. Quella struttura dati è fondamentale per il funzionamento di free e per il riciclo della memoria allocata da parte di malloc perché consente di sapere dove si trovano e quanto grandi sono le aree già riservate ma non più utilizzate della memoria.

Tutto molto bello, ma che implicazioni ha? Quando si fa una chiamata a free questa funzione prende il puntatore, ricava da esso la posizione della malloc_chunk e la utilizza per consolidare la memoria liberata in un chunk più grande usando il puntatore bk per trovare il chunk precedente e quindi riaggiustando i puntatori fd e bk.

Ma come fa a sapere se il chunk precedente è libero o è in uso? Con un astuto trucchetto che sfrutta l'allineamento dei dati nella memoria. Per ragioni prestazionali è sempre bene che la memoria sia allineata secondo la dimensione della parola utilizzata internamente dall'harware: 32 bit (o 4 byte) per le architetture a 32 bit e 64 bit (8 byte) per quelle a 64 bit. Nulla vieta di allineare la memoria secondo i multipli delle parole, per cui un allineamento a 8 byte va bene sia per x86 (32 bit) che per AMD64 (64 bit).

Siccome il campo size indica la dimensione in bytes se imponiamo l'allineamento a 8 byte i due bit meno significativi saranno sempre pari a 0 (8 si scrive 100 in binario). Quei due bit sono utilizzati come flag per segnalare se il chunk di memoria è stato ottenuto con mmap (e quindi richiede di essere liberato con munmap) e se il precedente chunk è in uso o meno.

Se il precedente chunk non è in uso allora posso utilizzare il campo prev_size per raggiungere la struttura malloc_chunk ed utilizzare i dati ivi contenuti per aggiornare i campi della mia malloc_chunk e consolidare la memoria liberata.

Se il chunk precendente è in uso posso usare il campo size per saltare al campo successivo e quindi al successivo ancora e controllare se il mio vicino è in uso e, se non lo è, consolidare lo spazio libero in avanti.

Confusi? Forse un schema aiuterà la comprensione:

Nel grafico i nodi A B e C rappresentano dei chunk di memoria contigui. Mentre nodi A e C sono liberi il nodo B è un chuck in uso che è stato selezionato per essere liberato con free.

B sa che A non è in uso grazie al bit meno significativo del suo campo size e sa dove si trova grazie al suo campo prev_size. Va a guardare A e scopre la posizione di C grazie al puntatore fd di A che indica la posizione di C.

free a questo punto può consolidare lo spazio libero fondendo insieme i chunk A, B e C in un unico chunk la cui dimensione è pari alla somma delle dimensioni dei tre chunk. Nel fare questo free deve aggiornare il valore del puntatore fd di A facendolo puntare a fd di C oltre ovviamente ad aggiornare il campo size di A.

Tutto molto bello, ma in concreto cosa significa? Significa che, se non vengono fatti controlli adeguati, possiamo utilizzare i campi della malloc_chunk per scrivere valori arbitrari in indirizzi di memoria scelti da noi. Se avete letto "Smashing The Stack For Fun and Profit" (non smetterò mai di ripeterlo per cui leggetelo!) sapete già cosa significa, se non l'avete fatto: "Sciagura a voi!".

Address Space Layout Randomization (secondo giro)

Ovvero: "Come faccio ad evitare che un errore di programmazione possa causare la sistematica compromissione delle macchine che si suppone siano sotto il mio controllo?".

Prima di tutto: se siete arrivati fin qui vi faccio i miei complimenti, condensare 20 anni di ricerca sulla sicurezza informatica in queste poche righe è stato un compito arduo ed il testo che ne risulta è inevitabilmente frammentario e pesante da digerire.

Un ultimo sforzo e poi vi giuro che vi spiegherò come si fa a capire in cosa consiste GHOST.

Se avete seguito lo sproloquio sugli heap overflow (o se l'avete saltato perché sapevate già tutto) ora sapete che un mancato controllo su quanto viene scritto in memoria può causare grossi guai. I gap di dimensione casuale sono poco utili contro gli heap overflow e quindi che fare?

Una delle regole della strategia militare recita: "Se non puoi affrontarli direttamente aggirali!". Invece di cercare di prevenire futilmente una sovrascrittura della struttura malloc_chunk facciamo sì che l'attaccante non possa sapere a priori dove si trovano le porzioni di codice che vuole richiamare spargendo casualmente le parti eseguibili di programmi e librerie nello spazio di memoria associato al processo (pur tenendo vicini i moduli funzionali che le compongono).

Da una trentina d'anni i programmi sono compilati in modo da collegarsi a runtime alle librerie di cui hanno bisogno, tutto quello che dobbiamo fare è rendere il processo di linking non deterministico inserendo le librerie e il codice del programma in locazioni di memoria casuali ad ogni avvio del programma. Non solo! Possiamo addirittura fare in modo che ogni nuovo processo creato abbia una disposizione differente rispetto al processo padre che l'ha generato (per maggiori informazioni leggete la pagina di Wikipedia dedicata alla chiamata di sistema fork).

Così facendo complichiamo parecchio la vita a chi scrive malware: ora devono attivamente andare a cercare dove si trova il codice che intendevano eseguire.

Sfruttare GHOST e exim per bucare una macchina

Finalmente dopo tanto sproloquiare arriviamo al succo del discorso. Come hanno fatto i ricercatori di Qualsys a superare lo stack protector, il bit NX e l'ASLR?

Primo punto: la vulnerabilità si attiva solo in gethostbyname e solo per indirizzi IPv4.

Secondo punto: perché si possa sfruttare questa vulnerabilità occorre che il programma chiami gethostbyname direttamente senza prima chiamare inet_aton. Molti programmi provano prima a vedere se la stringa contiene un indirizzo IP e inet_aton fa questo controllo e ritorna automaticamente un int che contiene il valore dell'indirizzo IP come sarà utilizzato internamente dallo stack TCP/IP. gethostbyname chiama internamente inet_aton per verificare che non si tratti di un nome host e quindi la stringa che passiamo DEVE passare il controllo di inet_aton.

Per passare questo controllo occorre che si verifichino le seguenti condizioni:

  • La stringa deve contenere solamente cifre decimali o punti.
  • La stringa deve cominciare con una cifra.
  • L'ultimo carattere non può essere un punto.

Ovviamente la stringa deve anche essere abbastanza lunga da causare l'overflow del buffer.

Going de[er]per

Punti bonus a chi ha riconosciuto il gioco di parole realizzato con una regex (sì, non ho una vita sociale degna di nota).

Abbiamo i prerequisiti per far scattare la nostra trappola, ma come dobbiamo metterli assieme per avere successo? Analizziamo ulteriormente il codice vulnerabile alla riga 157:

resbuf->h_name = strcpy (hostname, name);

La cara buona vecchia strcpy, anche nota come "fottitene dei limiti e copia tutto quello che puoi"! In questo caso copia in hostname tutto quello che trova tra name e il primo carattere NUL (Valore ASCII: 0) che incontra. E siccome name lo forniamo noi... :-D

Se ancora ricordate quanto scritto all'inizio sapete che lo spazio allocato è sufficiente per 2 puntatori e per la stringa contenuta in name ma il codice di __nss_hostname_digits_dots (funzione di help chiamata da gethostbyname e sede della vulnerabilità) ha bisogno di 3 puntatori e dello spazio per la stringa name. Quindi possiamo sovrascrivere il numero di bit corrispondenti ad un puntatore: 32 se siamo su x86 e 64 se siamo su AMD64.

La domanda successiva è: quanto danno possiamo fare con i bit a nostra disposizione?

Riscrivere la grandezza di un chunk con un valore maggiore e, quando il programma richiederà altra memoria, potremo riscrivere altre parti della memoria che non avremmo dovuto riscrivere.

Exim o non exim?

Arrivati a questo punto dell'articolo vi aspettate una lunga disquisizione tecnica su come si faccia a bypassare le difese. Non ci sarà. Primo perché questo articolo sta già raggiungendo una considerevole lunghezza, secondo perché i dettagli sono spiegati nell'advisory e presto l'exploit sarà aggiunto a Metasploit pronto per l'uso degli script kiddies, terzo perché a questo punto all'autore interessa di più portare il lettore ad alcune conclusioni.

Sopprimete la vostra delusione e cercate di seguirmi per questi ultimi paragrafi.

L'exploit di exim tramite GHOST è particolarmente brutto perché exim stesso adotta due pratiche che si stanno rivelando sempre più pericolose:

  1. exim ha un allocatore interno della memoria. Se questo non vi fa suonare un campanello di allarme posso permettermi di ricordare una certa libreria dedicata all'implementazione delle specifiche SSL e TLS e un suo certo bug.
  2. exim ha la possibilità di lanciare comandi arbitrari tramite una modifica del file di configurazione, file che viene copiato nello heap.

Ovviamente non possiamo dare tutta la colpa agli sviluppatori di exim: quando hanno operato le loro scelte gestire in proprio l'allocazione della memoria era una buona idea per migliorare le prestazioni, mentre la possibilità di configurare il server di posta in modo che possa lanciare comandi arbitrari in base a certe condizioni aumenta di molto la flessibilità del sistema. Inoltre mappare il file di configurazione in memoria consente un accesso più veloce al medesimo: tutte ragioni legittime insomma ma, come già scritto, il Diavolo è nei dettagli.

Spero che, dopo aver letto questo articolo, siate giunti alla mie medesime conclusioni:

  • Programmare in C vuol dire essere coscienti di quello che si fa e curare maniacalmente il proprio lavoro.
  • La memoria che contiene i dati in lettura/scrittura dovrebbe essere marcata come non eseguibile e la memoria eseguibile non dovrebbe essere scrivibile.
  • Si può scrivere codice intelligente (semplice da capire e ben documentato) oppure codice furbo (difficile da capire perché pieno di trucchi per migliorare le prestazioni).

Il problema nelle glibc è stato risolto, ma ci sono voluti anni prima che fosse scoperto e corretto. Non stiamo parlando di un'oscura libreria piena di codice crittografico che richiede un Dottorato in Matematica con specializzazione in Teoria dei Numeri, stiamo parlando di una libreria fondamentale che ha decine di sviluppatori e centinaia di occhi che la scrutano.

Simili problemi non dovrebbero esserci perché minano alla base la fiducia di chi basa sistemi critici su quel codice.

Se è vero che "Dato un numero sufficiente di occhi, tutti i bug vengono a galla («given enough eyeballs, all bugs are shallow»)" (legge di Linus citata da Eric Steven Raymond nel saggio La cattedrale e il bazaar - fonte Wikipedia) è anche vero che le glibc non godono di molti occhi rispetto ad altri progetti (come il kernel Linux).

Purtroppo GNU/Linux non è più un giocattolo per appassionati ed entusiasti ma uno strumento da cui dipendono numerose infrastrutture di rete in tutto il Mondo.

venerdì 9 gennaio 2015

Su srand() e OpenBSD

Salve a tutti i miei quattro lettori. In questo che è il mio primo articolo del 2015 tratterò di una questione apparentemente marginale ma che invece ha numerosi risvolti pratici.

Abbiamo visto in uno degli articoli precedenti ("Sui vizi e le virtù di /dev/random") che un buon generatore di numeri pseudocasuali (PRNG: Pseudo Random Number Generator) sia un componente essenziale per la sicurezza di un sistema informatico (leggetevi l'articolo per maggiori informazioni... Vi prego!) e che /dev/random in generale non è la soluzione ottimale. Ma allora cosa dovremmo usare?

L'esempio classico che viene dato nei libri sul linguaggio C e nei tutorial su internet in merito a generazione di numeri pseudocasuali è il seguente:

#include <stdlib.h>
#include <stdio.h>
#include <time.h>
#include <unistd.h>

int main(int argc, char *argv[])
{
    /*Seed the RNG*/
    srand(time(NULL));

    puts("'s' followed by 'Enter' to start the RNG. Ctrl+C to exit\n");

    while(fgetc(stdin) != 's')
    {
        usleep(100000); /*Sleep for 0.1 seconds*/
    }

    while(1)
    {
        int r = rand(); /*Get random number*/
        printf("%d\n", r);
        usleep(100000);
    }

    return 0;

}

Questo esempio canonico inizializza il generatore pseudocausale con lo UNIX EPOCH corrente e poi stampa numeri tra 0 e RAND_MAX. Come da manuale insomma.

Dove sta il problema con questo codice?

Se andiamo a leggere il manuale di srand scopriamo che:

The srand() function sets its argument as the seed for a  new
sequence of  pseudo-random  integers  to be returned by rand().
These sequences are repeatable by calling srand() with the same seed
value.

In Italiano per non addetti ai lavori: se io passo a srand lo stesso numero due volte di seguito otterrò la stessa sequenza pseudocasuale di numeri. In altre parole la coppia srand/rand è DETERMINISTICA e gli standard C89 e POSIX impongono che sia così.

Si, Virginia, tutto ciò è Male e i due lettori che hanno letto l'articolo su /dev/random sanno anche perché (vi ho già pregato di leggere quell'articolo, vero?). Per coloro i quali fossero stati disattenti la risposta è insita nelle caratteristiche richieste ad un buon generatore di numeri pseudocasuali:

1. Che non ripeta la sequenza generata troppo presto (idealmente pescando centomila numeri interi a 64 bit al secondo il tempo in cui la sequenza comici a ripetersi dovrebbe eccedere i 5 milioni di anni).

2. Che renda difficile predire il numero successivo basandosi sui numeri già usciti (dove per "difficile" intendiamo: "data una sequenza lunga N indovinare il numero alla posizione N+1 deve richiedere più di 2M - N operazioni dove M è il numero di bit dei numeri interi generati". Idealmente la lunghezza N dovrebbe essere ininfluente e quindi ogni volta occorrerebbe effettuare 2M operazioni).

Ma tutto questo cosa c'entra con srand e rand ? C'entra nel momento in cui qualcuno si mette ad usare codice simile a quello dell'esempio riportato innanzi per compiti che richiederebbero un vero e proprio PRNG. Come è scritto nel manuale dare lo stesso seme a srand produce la medesima sequenza, quindi è facile intuire che, con un po' di prove ed errori è possibile stimare l'ora in cui un servizio è stato avviato e quandi il momento in cui è stata fatta la chiamata a srand (che non è thread-safe e quindi va fatta una volta sola oppure va racchiusa tra due global-lock). A quel punto ricavare la sequenza generata, per quanto difficile, non è impossibile e da lì il passo per fare danni è breve. Se aggiungiamo poi che in certi casi esiste la possibilità di far crshare un servizio e obbligarlo a riavviarsi si intuisce subito che un attaccante può ridurre al minimo l'incertezza sul momento del seed e quindi massimizzare le possibilità di riuscita dell'attacco.

Ok, è una cosa da paranoici, ma è possibile e se è possibile è probabile che qualcuno stia provando a sfruttare questa feature per i suoi loschi fini. In fin dei conti nessuno pensava che OpenSSL potesse divulgare informazioni in giro prima di Heartbleed.

E questo ci porta a vedere cosa hanno deciso di fare quei paranoici di OpenBSD; hanno rotto la compatibilità con POSIX e sostituito le chiamate a rand con chiamate al loro PRNG (una trattazione esaustiva di detto generatore esula dagli scopi di questo articolo, ma invito i più curiosi ad informarsi dando un'occhiata alla presentazione che Theo de Raadt ha presentato allo EuroBSD Con del 2014 ). Per mantenere il vecchio comportamento occorre chiamare esplicitamente la nuova funzione srand_deterministic invece di srand.

L'idea di spezzare la compatibilità è derivata da un'analisi del codice dei programmi di terze parti inclusi nei ports: la maggiorparte di essi usa rand come una genuina sorgente di numeri pseudocasuali (o crede di farlo) e solo pochissimi software assumono il comportamento deterministico di srand e molti solo a scopo di test.

Quindi come misura ulteriore di sicurezza hanno deciso di rompere la compatibilità e di dare un migliore PRNG a quanti utilizzano srand su OpenBSD.

Se volete saperne di più:

E con questo è tutto! Aloha!

venerdì 19 dicembre 2014

L'asteroide che ucciderà questo dinosauro deve ancora arrivare (seconda parte)

L'articolo è diviso in tre parti:
Prima Parte
Terza Parte

La volta scorsa abbiamo visto un po' di automi e le basi delle espressioni regolari (ed abbiamo intuito una relazione tra i due). Questa volta faremo un po' meno teoria e un po' più pratica: vi illustrerò i metodi che adopero per leggere e scrivere le regex.

Leggere le espressioni regolari

Il primo impatto con le regex è (quasi) sempre traumatico, specialmente se nessuno vi ha mai spiegato prima che quelle sono istruzioni per il computer e non usi creativi della punteggiatura ("ma che c[a-z]{0,} !!?").

Anche sapendo che il punto ha un significato, il più un altro e l'asterisco un altro significato ancora è facile confondersi e sbagliare.

Siccome in Rete si possono trovare numerosi esempi di espressioni regolari che eseguono i compiti più disparati molti si limitano a fare copia & incolla senza fermarsi a capire cosa effettivamente facciano quegli scampoli di lettere e caratteri apparentemente causali.

Alla luce di ciò mi pare giusto che, prima di andare avanti, vi spieghi come si leggono le regex. Specialmente perché potreste ritrovarvi a dover modificare un'espressione scritta da qualcun altro molto tempo fa (anche il vostro ego di 8 mesi fa conta come "qualcun altro").

Siccome scriverò parecchie regex e siccome le scriverò in mezzo al testo dell'articolo userò la seguente convenzione: le regex saranno scritte in monospace e racchiuse tra singoli slash (/). Gli slash NON vanno interpretati come parte della regex ma solo come delimitatori. Questa convenzione è adottata sia dal linguaggio AWK che dal perl e da sed (un tool che vedremo nel prossimo articolo).

La prima regola è: comportarsi come la macchina.

Le espressioni regolari si leggono un carattere alla volta da sinistra a destra. Non provate a saltare dei pezzi o a fare assunzioni, perché la macchina NON lo fa.

La seconda regola è: puntare sempre a riconoscere il più possibile.

Facciamo un esempio con questo testo di input:

Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.
L'espressione regolare /co.*/ applicata al testo precedente ritornerà come stringa trovata la seguente porzione:

così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.
Siccome il . significa "un carattere qualsiasi" e la stella (*) significa "zero o più" quell'espressione si legge come "co seguito da zero o più caratteri qualsiasi". Non essendoci un limite superiore il match prende il primo co, quello di così, e copia in uscita tutto quello che trova fino a raggiungere la fine del testo.

Se invece avessimo usato l'espressione /co../? Avremmo avuto qualcosa del tipo "co seguito da un carattere qualsiasi seguito a sua volta da un altro carattere qualsiasi. Il risultato sarebbe stato solamente così.

Il che mi permette di introdurre la terza regola: salvo indicazione contraria fermati al primo risultato corretto che trovi.

Questa regola è importante quando ci si trova davanti ad una espressione regolare che, pur essendo corretta, non riconosce tutto quello che ci interessa riconoscere. La colpa spesso non è della regex, ma delle opzioni che abbiamo passato al programma che la interpreta.

La seconda regola invece spiega perché certe espressioni regolari funzionano su certi input ma riconoscono anche input che non si voleva riconoscere: di solito perché si è stati troppo generosi nell'uso di ., * e +.

Armati di queste nuove conoscenze vediamo di capire cosa riconosce la seguente espressione:

/[0-9]*\.[0-9]+([eE][-+]?[0-9]+)?/

Piuttosto complessa, vero? Ma adesso sappiamo come procedere a leggerla (si spera).

Il primo carattere è una parentesi quadra aperta e quindi quello che segue è la definizione di una classe di caratteri, segue uno 0 che ci dice che la classe contiene quel carattere. Il - ci dice che stiamo componendo un range di caratteri e il 9 è il carattere di chiusura del range. La parentesi quadra chiusa termina la definizione della classe.

Riepilogando: crea una classe composta da tutti i caratteri da 0 a 9. Segue un * che ci dice "zero o più di quello che mi precede", quindi adesso sappiamo che la stringa cercata può cominciare con una o più cifre decimali.

Il carattere successivo è un backslash (\) che ci informa che il prossimo carattere va interpretato diversamente da come lo si interpreta di solito; infatti il punto che segue normalmente vorrebbe dire "un carattere qualsiasi", ma in questo caso significa "un punto". Quindi lo interpretiamo come un punto letterale.

Segue una replica della classe che abbiamo definito all'inizio seguita a sua volta da un +. Questo si legge come "una o più cifre decimali".

La parentesi tonda aperta ci informa che stiamo definendo un gruppo e la parentesi quadra aperta che la segue ci dice che stiamo definendo un'altra classe che contiene una e ed una E. La classe ci dice che il gruppo comincia con una lettera "e" minuscola oppure maiuscola. La classe che la segue ci mostra che il - inserito all'inizio di una classe non viene considerato come un separatore di range ma come un carattere letterale. L'espressione /[-+]/ significa quindi "un meno oppure un più", seguita da un punto di domanda (come in questo caso) diventa: "può esserci un meno oppure un più, ma può anche non esserci nulla".

Segue la classe delle cifre con un più che adesso sappiamo vuol dire "una o più cifre decimali", quindi arriva la parentesi tonda che chiude il gruppo e un punto interrogativo.

Il punto di domanda è un quantificatore che si riferisce al gruppo e quindi il gruppo che abbiamo appena definito può essere presente in toto una volta oppure non esserci affatto.

L'espressione nel suo complesso si legge: "Un punto preceduto eventualmente da alcune cifre decimali e seguito da almeno una cifra decimale e da un gruppo opzionale di caratteri che comincia con una 'e' o una 'E' seguita da un'eventuale indicazione di segno seguita da una o più cifre decimali". In breve si tratta di un qualsiasi numero decimale in virgola mobile positivo con eventuale indicazione dell'esponente.

Scrivere un'espressione regolare

A quanti non hanno ancora desistito e stanno proseguendo la lettura va il mio più sentito ringraziamento. Per premiarvi di tanta dedizione adesso vi confiderò il metodo che adopero per scrivere una regex (nella segreta speranza che vi sarà utile un giorno).

Per rendere le cose più facili (o più difficili) espanderemo l'espressione vista nella sezione precedente, che riporto di seguito per ridurre l'usura delle rotelline dei mouse:

/[0-9]*\.[0-9]+([eE][-+]?[0-9]+)?/

Questa espressione ha due difetti:

  • Non riconosce i numeri decimali negativi nè quelli positivi preceduti da un più (+).
  • Non riconosce i numeri decimali come 1. oppure 47.
Se volessimo riconoscere tutti i numeri decimali in virgola mobile quell'espressione mancherebbe diversi bersagli.

La prima cosa che faremo sarà aggiungere il segno. Sappiamo che il segno può essere un - oppure un + oppure nulla e sappiamo che se è presente si trova al primo posto, prima cioè di qualsiasi altro carattere che compone un numero decimale in virgola mobile.

Dalla nostra analisi dell'espressione abbiamo già trovato l'espressione che riconosce il segno: /[-+]?/. Ci limiteremo ad inserirla nel posto giusto:

/[-+]?[0-9]*\.[0-9]+([eE][-+]?[0-9]+)?/

Risolto il nostro primo problema dobbiamo cercare una maniera per risolvere il secondo problema.

La prima cosa che si deve fare quando si crea una regex è cercare un schema generale che si ripeta. Nel caso dei numeri decimali con il punto alla fine lo schema è proprio il punto alla fine: deve esserci sempre, altrimenti non stiamo leggendo un numero decimale in virgola mobile.

Quindi il punto dev'esserci e deve stare alla fine, ma davanti cosa ci va? Una o più cifre decimali eventualmente precedute dal segno.

Sappiamo che il simbolo + indica che quello che lo precede dev'essere presente "una o più volte" e che il simbolo ? significa che ciò che lo precede dev'essere presente zero oppure una volta ma non di più.

Quindi l'espressione per cercare i numeri decimali in virgola mobile composti da un numero seguito da un punto è la seguente:

/[-+]?[0-9]+\./

Abbiamo usato due classi, due quantificatori e un simbolo letterale per trovare tutti e soli i numeri simili a 47.. L'inizio di questa espressione somiglia moltissimo all'inizio dell'espressione precedente e potremmo essere tentati di sostituire la stella (* che significa "zero o più senza limite superiore") con il più (che significa "uno o più senza limite superiore"). Ricaveremmo la seguente espressione:

/[-+]?[0-9]+\.[0-9]+([eE][-+]?[0-9]+)?/

Facendo così però abbiamo imposto che ci siano delle cifre prima e dopo il punto, restringendo la gamma di numeri che riconosciamo anzichè ampliarla.

Se invece sostituissimo i due + dell'espressione appena trovata con due stelle? Otterremmo questa:

/[-+]?[0-9]*\.[0-9]*([eE][-+]?[0-9]+)?/

E riconosceremmo sia i numeri che hanno delle cifre prima del punto ma niente dopo che quelli che hanno delle cifre dopo il punto. Peccato che la nuova espressione sia fin troppo generosa e riconosca anche le seguenti stringhe come valide:

  • .
  • -.e0
  • .E-0
E noi non le vogliamo perché quelle stringhe non sono numeri validi!

Che si fa? O siamo troppo rigorosi oppure siamo troppo permissivi... Uhm... Non c'era un operatore che ci permetteva di dire "questo oppure quello ma non tutti e due"? Sì, Virginia, c'è e si tratta della barra verticale (|) che i fan di UNIX chiamano "pipe" perché ha un significato ben preciso nella shell UNIX.

Il segno opzionale all'inizio ci va bene e lo lasceremo dov'è, creeremo invece un gruppo che conterrà al suo interno un | per spezzare in due le possibilità di riconoscimento. Nella prima parte metteremo l'espressione per i numeri come 47. e nella seconda metteremo l'espressione originale che abbiamo visto nella sezione precedente.

Quindi abbiamo il segno:

/[-+]?/

Poi apriamo un gruppo e ci mettiamo i numeri con prima le cifre e poi il punto e basta seguiti da un "oppure":

/[-+]?([0-9]+\.|/

E infine rimettiamo l'espressione originaria e chiudiamo il gruppo:

/[-+]?([0-9]+\.|[0-9]*\.[0-9]+([eE][-+]?[0-9]+)?)/

Rileggiamo la nostra nuova espressione: un segno opzionale seguito da una o più cifre seguite da un punto oppure da zero o più cifre seguite da un punto seguito da una o più cifre seguito da un esponente che si compone della lettera e (maiuscola o minuscola) seguita da un segno opzionale seguito da una o più cifre.

Vi lascio come compito per casa l'espansione di quest'ultima espressione regolare affinché riconosca anche i numeri decimali interi: una o più cifre decimali precedute da un simbolo di segno opzionale e nessun punto.

La prossima volta ci occuperemo di alcuni programmi della shell UNIX che fanno largo uso delle regex.

Aloha!

Prima Parte
Terza Parte

L'asteroide che ucciderà questo dinosauro deve ancora arrivare (prima parte)

Disclaimer: l'articolo che segue non è un rant né l'analisi di una qualche vulnerabilità di sicurezza. Si tratta di un articolo su una delle basi teoriche che fanno da fondazione ad una marea di strumenti e di software. Se non siete interessati o avete una fobia per le lezioni che vi portate dietro dai vostri trascorsi da studenti passate oltre.
L'articolo è diviso in tre parti:
Seconda Parte
Terza Parte

Riconoscere un pattern in un testo è un'operazione piuttosto comune: si va dalla ricerca di una parola (o di parte di una parola) in pagine Web o in documenti di testo e si arriva a cose come ricerca e sostituzione di date dal formato americano (MM/GG/AAAA) al formato europeo (GG/MM/AAAA).

Di solito chi si intende di programmazione riconosce immediatamente questi compiti come tipiche operazioni da affidare alla macchina: si tratta infatti di attività tediose, altamente ripetitive e che richiedono l'applicazione pedissequa di una sequenza limitata di istruzioni. Compiti simili hanno risultati disastrosi se affidati ad un essere umano ma sono ideali per un computer.

Ed in effetti questi compiti sono stati oggetto di studio per interi decenni da parte di quel branco di matematici pigri che si chiamano informatici (o Computer Scientists in lingua inglese). Oltre a trovare metodi ottimi per la ricerca di singole parole in un testo (Algoritmo di Knuth, Morris e Pratt) gli informatici del passato hanno studiato attentamente i pattern e i modi di definirli e di riconoscerli.

Automi e Dinosauri

No, non si tratta di Transformers. Gli automi di cui discuteremo sono dei modelli teorici molto comuni in informatica ed ingegneria: gli automi a stati finiti. Sono utilizzati per modellare i processi in termini di stati e transizioni. Più propriamente tratteremo gli automi a stati finiti deterministici; chiamati così perché hanno un numero finito di stati e in ogni momento della loro esecuzione in base all'input e allo stato si avrà una ed una sola transizione verso un altro stato.

Ora che i vostri occhi hanno smesso di roteare cominciamo con la teoria pesante! :-D

Partiremo con l'analisi di un automa che, dato un testo in ingresso, stabilisce se all'interno del testo è presente una sequenza di almeno 3 'a' consecutive. Di seguito il grafico dell'automa:

Dal grafico è facile vedere come l'automa procede nel suo compito: si comincia dallo stato START e si legge un carattere, in base al carattere letto si decide quale transizione seguire. Se si arriva nello stato OK si interrompe la computazione e si comunica il successo, se si esaurisce il testo di input senza essere arrivati allo stato OK l'input non contiene nessuna sequenza di (almeno) tre a.

Nel gergo degli informatici diciamo che ad ogni transizione consumiamo un carattere per indicare il fatto che, dopo ogni passaggio di stato, l'automa legga il carattere successivo del suo input.

Scrivere un programma che legga dallo standard input e stampi "OK" se c'è una sequenza di 3 o più a è un tipico esercizio che viene dato ai principianti di un linguaggio di programmazione. Avendo presente il grafico di prima l'esercizio diventa veramente semplice dal punto di vista concettuale: praticamente il programma È il grafico, si tratta solo di riportarlo in una sequenza di istruzioni comprensibili dalla macchina.

Da quanto scritto poc'anzi si deduce che esiste una nave portacontainer piena di applicazioni che cercano in un testo la sequenza "aaa". Una queste applicazioni è anche uno dei miei strumenti preferiti della shell UNIX: grep.

grep è uno dei dinosauri di UNIX che si rifiutano di estinguersi. Nasce come modalità di ricerca di ex (General Regular Expression Print) ma è stato poi scorporato ed è diventato un tool fondamentale nelle mani di ogni amministratore di sistema e di chiunque debba ricercare pattern particolari in vaste collezioni di file di testo.

Espressioni Regolari

Prima di elencarvi i numerosi pregi di grep, però, devo illustrare le espressioni regolari e la loro (torbida) relazione con gli automi deterministici.

Abbiamo visto come gli automi deterministici siano in grado di riconoscere una sequenza di lettere (anche se non particolarmente interessante), ora vedremo quali siano le reali capacità dei nostri automi con un compito decisamente più complesso: riconoscere in un testo la presenza di date in formato americano (MM/GG/AAAA dove MM sono le cifre del mese, GG quelle del giorno e AAAA quelle dell'anno). Non solo! Ci divertiremo ad associare le cifre a dei gruppi e ad accettare tre tipi di separatore: la barra (/), il trattino (-) e il caro buon vecchio spazio (che eviterò di inserire tra parentesi per ragioni che hanno a che fare con il modo in cui i browser interpretano il linguaggio HTML).

Anche in questo caso partirò da un grafico:

Per brevità (e per esigenze di impaginazione) alcune transizioni sono state riunite in un'unica transizione etichettata con "m...n" dove m e n sono due numeri ed m è minore di n.

I più attenti tra di voi avranno immediatamente notato che si tratta di un automa costruito a partire da tre automi concatenati tra loro in maniera opportuna. Si tratta di una tecnica piuttosto comune e molto utilizzata: risolvere prima dei sotto-problemi e poi costruire con le soluzioni trovate una soluzione ad un problema più complesso è un tipico schema di progettazione dei software che prende il nome di Bottom-Up.

Per quanto i grafici visti fin'ora siano una rappresentazione amichevole per noi esseri umani lo sono molto meno per la macchina (oltre ad essere alquanto tediosi da disegnare per il sottoscritto). C'è un metodo più immediato per descrivere un automa a stati finiti deterministico alla macchina?

La risposta a questa domanda è: "Sì, c'è un metodo: le espressioni regolari".

Le espressioni regolari sono stringhe di testo che descrivono dei pattern usando dei caratteri speciali. Permettono di creare le stesse strutture che si possono creare con gli automi a stati finiti deterministici (c'è una dimostrazione formale che lo dice, ma sono troppo pigro per riproporvela: per cui fidatevi oppure andate ad interrogare un motore di ricerca e preparatevi psicologicamente a leggere pagine e pagine in matematichese stretto) e quindi sono interscambiabili con i grafici del tipo che vi ho fatto vedere in questo articolo.

Ad un occhio non allenato le espressioni regolari sembrano parole scritte in una lingua incomprensibile (ed in effetti lo sono), ma una volta apprese consentono di esprimere molto efficacemente tutta la gamma di pattern riconosciuti dagli automi finiti deterministici (che per brevità chiamerò DFA dalle iniziali di Deterministic Finite Automata).

Fatta eccezione per alcuni caratteri particolari (che vedremo in seguito) i caratteri di una espressione regolare corrispondono ai caratteri cercati. Per cui l'spressione regolare aaa corrisponde al primo automa che abbiamo visto in questo articolo.

Il punto (.) indica un carattere qualsiasi (lettera o numero o simbolo di punteggiatura). Per indicare il punto come un carattere a sè occorre aggiungere un backslash (\) davanti al punto. Il \ infatti indica che il carattere che segue deve essere essere considerato diversamente dal solito. La sequenza \t corrisponde al TAB, mentre \n indica l'andare a capo. La sequenza \\ viene sostituita con un singolo backslash.

Se avessimo voluto indicare una sequenza di sole tre a (non tre o più) avremmo dovuto fare uso di un quantificatore: a{3}. I numeri che compaiono tra le parentesi graffe quantificano in numero di volte in cui si deve verificare la presenza del gruppo che li precede (vedremo dopo cosa sono i gruppi).

Tramite le parentesi graffe si può anche indicare che un gruppo possa comparire un numero di volte compreso tra due numeri. Ad esempio se volessimo indicare un numero di a compreso tra due e quattro scriveremmo a{2,4}. Se il secondo numero è omesso viene considerato pari ad infinito, se viene omesso il primo allora viene considerato pari ad uno.

Esistono anche altri quantificatori:

  • + indica una o più occorrenze del gruppo che precede. Equivale a {,}.
  • * indica zero o più occorrenze del gruppo che precede. Equivale a {0,}.
  • ? indica zero od una occorrenza del gruppo che precede. Equivale a {0,1}.
Abbiamo nominato i gruppi in lungo e in largo, è giunta l'ora di definirli: un gruppo consiste in una o più sotto-espressioni regolari racchiuse da parentesi tonde. Nel caso di caratteri singoli le parentesi possono essere omesse: (a){3} equivale ad a{3}.

I gruppi separano un'espressione complessa in diverse sottoespressioni che possono essere trattate singolarmente.

Rimane un'ultimo argomento da trattare prima di provare a convertire l'automa delle date in una espressione regolare: le classi.

Una classe è un insieme di caratteri racchiusi tra due parentesi quadre. Quando si incontra una classe la si può sostituire con una qualsiasi dei caratteri che contiene. Ad esempio: [0123456789] indica tutte le cifre da 0 a 9. Per brevità le classi composte da caratteri che si susseguono in ordine possono essere definite indicando solo il primo e l'ultimo carattere separati da un -. La classe di prima perciò diventa: [0-9].

È possibile utilizzare la notazione compatta anche con classi eterogenee, ad esempio per indicare tutte le lettere maiuscole o minuscole e tutte le cifre da 0 a 9 si può scrivere: [A-Za-z0-9].

All'interno di un gruppo o di una classe è possibile che sia presente il carattere | che si può leggere come "oppure". Ad esempio una classe che indichi una a oppure una b oppure una c si può anche scrivere come [a|b|c].

Adesso armiamoci di pazienza e cominciamo a tradurre l'automa in una regex (da REGular EXpression: espressione regolare).

La prima cosa che notiamo è che dallo stato iniziale possiamo andare in tre rami mutualmente esclusivi: 0, da 2 a 9 e 1. Con il ramo centrale abbiamo già riconosciuto un mese, mentre coi due rami laterali dobbiamo passare per uno stato intermedio. inoltre il passaggio dallo stato MB allo stato MESE può avvenire anche nel caso in cui non ci sia un carattere dopo l'uno (nel grafico si è indicato il carattere nullo con la lettera greca ε). Quindi abbiamo 0 seguito da 1-9 oppure 1 seguito opzionalmente da 0-2 oppure 2-9. In regex diventa: (0[1-9]|1[0-2]?|[2-9]). Ricordatevi che una classe rappresenta UN singolo carattere che fa parte della classe stessa e che i quantificatori agiscono sul gruppo (o sul carattere) che PRECEDONO. Rileggete questo paragrafo e osservate l'espressione finché non vi sarà chiaro cosa significano tutti quei simboli e ne saprete già un bel po' sulle regex.

La transizione tra MESE e START_GIORNO è banale: [-\/\ ]. Il - è stato messo per primo così da non essere confuso con l'indicatore di range di caratteri, seguono lo slash (/) e lo spazio preceduti dal backslash per indicare che vanno interpretati letteralmente.

Il giorno si costruisce in maniera simile al mese (e ve lo lascio come esercizio) mentre l'anno si può indicare molto brevemente tramite l'uso di classi e quantificatori: [0-9]{4}.

Ci salutiamo qui per ora, ma ci sarà un seguito a questo articolo in cui vedremo altra teoria pesante, sempre che gli altri GNUrants non mi rinchiudano e non gettino via la chiave!

Seconda Parte
Terza Parte

giovedì 18 dicembre 2014

Come avviare il proprio OS linux direttamente dal firmware efi

Dopo aver sperimentato in prima persona questa follia, sono pronto a insegnarvi la sacra arte dello sminchiare il pc, ma con classe. 
Innanzitutto cosa è necessario: avremo bisogno di un kernel linux > 3.3 e le seguenti opzioni attive nella sua config: Kernel options needed (in archlinux esse sono attive di default, come penso in tutte le distro più recenti)
L'unica motivazione plausibile per provare a farlo è quella di voler eliminare il bisogno di un bootloader (tipo grub) per avviare il proprio OS, sfruttando appieno UEFI.
In teora (non ho potuto testare perché il mio laptop è linux-only) non si dovrebbero avere problemi con eventuali multiboot con windows o altri sistemi che già utilizzino UEFI.
La prima cosa di cui si ha bisogno è una tabella delle partizioni del disco di tipo GPT. Essa offre molti vantaggi rispetto al vecchio MBR, per informazioni vi rimando qua: Advantages of GPT.
Vediamo quindi subito che tipo di partizionamento stiamo usando. Installate il tool gdisk e lanciate da root
gdisk /dev/sdX
(dove X è la lettera del disco che ci interessa).
Un risultato del genere ci dirà che siamo su MBR:
MBR: MBR only
GPT: not present
Altrimenti, per GPT, riceveremmo
MBR: protective
GPT: present
Nel caso fossimo su MBR, ora ci appresteremo a convertire a GPT il nostro disco. Nessuna perdita di dati ovviamente. 
DISCLAIMER: non ritenetemi colpevole di qualsivoglia perdita di dati. Fate comunque un backup se non vi fidate (NON FIDATEVI!)
Ci sarà bisogno di una live, io per tutta la prima parte (cioè la conversione a GPT e la creazione della partizione EFI + impostazione di fstab per montare la partizione EFI in /boot) ho usato una live grafica (archbang nello specifico) e gparted; per l'ultimissima parte ho dovuto usare una live di archlinux (l'ultima disponibile), poiché non riuscivo ad avviare archbang da UEFI.
Innanzitutto controllate che l'ultima partizione sul disco non termini alla fine dello stesso (cioè che lasci un po' di spazio libero). Se così non fosse, tramite gparted ridimensionate l'ultima partizione lasciando 500Kb (in linea teorica bastano 20Kb) a fine disco.
Aprite gdisk e uscite con l'opzione “w” che convertirà il disco in GPT. State attenti all'output; se non vi dà errori, siete pronti a proseguire.
Adesso, se non è già presente (ad esempio se avevate windows 8 installato sul pc, probabilmente ci sarà già) bisognerà creare una partizione EFI (tramite gparted sempre), da 512Mb, formattata in FAT32; assegnategli il flag boot (attenzione, non legacy_boot). Io ho ridimensionato la mia root per crearla.
Ora montate la root del vostro OS e la partizione EFI, e modificate /etc/fstab per far montare la partizione EFI in /boot, ossia aggiungete una linea del genere, modificando sdXY con la vostra partizione EFI:
/dev/sdXY /boot vfat defaults,noatime 0 1
Siamo quasi pronti; adesso copiate il contenuto di /boot (sempre dalla directory in cui avete montato la vostra root) nella partizione EFI (di modo che al primo avvio, quando verrà montata come /boot, non ci siano problemi).
Bene; dopo aver smontato la root e la partizione EFI, possiamo riavviare.

Nell'ultima parte utilizzeremo la live di archlinux poiché abbiamo bisogno di un sistema che booti su uefi. Prima di tutto, disabilitate il secure boot dal bios (o meglio, io l'ho disabilitato per comodità, altrimenti seguite questo: Boot archlinux live media with secure boot enabled ).
Attiviamo ovviamente la modalità UEFI dal bios, e procediamo al boot della live di arch.
Ci manca solo da dare un comando:
efibootmgr -d /dev/sdX -p Y -c -L "Arch Linux" -l /vmlinuz-linux \
-u "root=/dev/sdXZ rw initrd=/initramfs-linux.img"
dove X è la lettera del disco su cui c'è la partizione EFI, e Y è il numero della partizione EFI. Z invece è il numero della partizione root (attenzione è un comando unico, anche se qua è spezzato su due righe). Nel caso aveste opzioni che passavate alla command line del kernel, aggiungetele alla fine del comando precedente, prima delle virgolette alte conclusive.
Ora diamo un:
efibootmgr -v 
e controlliamo che sia tutto in ordine. Fatto ciò, possiamo riavviare rimuovendo la chiavetta. Godetevi il vostro boot da UEFI! E disinstallate pure grub/syslinux ;)

Ps: ringrazio il fantastico wiki di archlinux che è colmo di informazioni e su cui si appoggia la guida.

lunedì 1 dicembre 2014

Sui vizi e le virtù di /dev/random

Eccomi qui a scrivere un articolo su una delle componenti fondamentali del kernel Linux (e non solo): /dev/random.

Come si può ricavare dal suo path /dev/random è un character device che, una volta letto, emette una sequenza pseudocasuale di byte.

Se volete riempire completamente il vostro terminale di caratteri casuali vi basta invocare il seguente comando:

cat /dev/random

Ovviamente vi consiglio CALDAMENTE di NON FARLO, ma si sa: il Mondo è pieno di masochisti e magari a qualcuno di voi potrebbe piacere!

Tralasciando gli scherzacci per cosa può essere utile un simile device?

  1. Creazione di password pseudocasuali mediante shell-fu:

    dd if=/dev/random bs=1 count=6 2> /dev/null | base64 | \
    sed -r 's/[^A-Z|a-z|0-9]//g'
  2. Simulatore di tiri di dado per Giochi di Ruolo (se siete veri nerd sapete di cosa sto parlando).

  3. Cancellazione sicura di un disco: prima di formattarlo potete sovrascrivere i suoi dati con un l'output di /dev/random per un certo numero di volte.

Queste sono solo alcune delle idee che potrebbero essere implementate grazie a letture da /dev/random, una di queste idee però si scontrerà subito con il principale limite del generatore di numeri pseudocasuali. Sapete per caso dirmi quale?

Chi ha risposto "la terza!" vince un simpatico sguardo condiscendente! Chi invece non sapeva la risposta potrà leggere la spiegazione nel prossimo paragrafo.

La procedura per interrogare /dev/random si compone dei seguenti passi: si apre un file descriptor e lo si associa al device, si richiedono i dati tramite una chiamata read (http://linux.die.net/man/2/read ), si ASPETTA che read popoli il buffer con i dati richiesti, si chiude il file descriptor.

No, Virginia, non ho evidenziato in corsivo la voce del verbo aspettare per puro vezzo personale. /dev/random non è sempre disponibile ad inviare dati pseudocasuali perché ha bisogno che ci sia una sufficiente entropia per generare dei buoni numeri pseudocasuali. La teoria matematica che sta dietro ai generatori di numeri pseudocasuali è piuttosto complicata ed esula da quelli che sono gli scopi di questo articolo, se avete parecchio tempo da spendere e un diploma di scuola media superiore potete cercare "PRNG" (Pseudo Random Number Generator) su Wikipedia (meglio se interrogate la versione inglese) e smarrirvi in un buco nero di congetture, lemmi e teoremi.

Per chi va di fretta la versione TLDR è la seguente: ogni PRNG è un algoritmo che gira su una macchina deterministica (se la macchina è nello stato X e legge N andrà sempre nello stato Y) e quindi ogni PRNG è condannato prima o poi (meglio se molto poi) a replicare la sequenza di numeri che ha generato dall'inizio. Questa caratteristica si chiama periodo del generatore ed è molto importante per distinguere un buon generatore (leggasi: un generatore che un periodo molto lungo) da uno cattivo. Ma non basta! Ogni PRNG è tale per cui da una sequenza sufficientemente lunga si può ricavare quali saranno i prossimi numeri generati prima che essi vengano generati. Un buon PRNG deve fare in modo che la sequenza che permetta una simile previsione sia la più lunga possibile.

Una maniera che hanno i creatori di PRNG per allungare il periodo ed introdurre una maggiore casualità nella sequenza (rendendo più difficile la previsione dei numeri successivi) è effettuare un (a)periodico re-seed (re-inseminazione mi pareva brutto da scrivere... OPS!) dell'algoritmo da altre fonti di numeri casuali. Semplificando molto quello che si fa è far ripartire il generatore da un altro numero rispetto a quello da cui era partito all'inizio, generando quindi una nuova sequenza.

Sì Virginia? Ah ti stai chiedendo cosa c'entri tutto questo con l'aspettare? Tutto dipende da quanto disordine c'è nel tuo sistema nel momento in cui vai ad interrogare /dev/random. Non è chiaro, allora lasciami spiegare un altro po'.

Come scritto poc'anzi ogni PRNG che consenta il re-seed ha bisogno di un numero di partenza: tanto maggiore è la casualità con cui ricava questo numero ad ogni re-seed tanto migliore sarà la sequenza che ne sarà generata. Verrebbe la tentazione di usare un altro PRNG come generatore di semi per il nostro PRNG ma ci ritroveremmo con il solito problema dell'uovo e della gallina. Per mitigare questo di solito quello che si fa è sfruttare una fonte di disordine esterna alla macchina: l'utente.

La pressione dei tasti, il flusso di dati via rete o da/per il disco rigido, i tempi di latenza delle periferiche sono tutte possibili fonti di disordine che, per essere affini con la teoria dell'informazione di Claude Elwood Shannon, chiameremo entropia.

Maggiore è l'entropia del sistema maggiore sarà la casualità con cui viene prodotto il seme che darà l'avvio alla sequenza di numeri. Intuitivamente possiamo supporre che occorra un certo tempo perché all'interno di un sistema si formi una quantità sufficiente di entropia e che una richiesta continua di numeri pseudocasuali causi l'esaurimento dell'entropia con conseguenze catastrofiche sulla lunghezza del periodo.

Per questa ragione /dev/random blocca qualsiasi richiesta finché non ha abbastanza entropia per soddisfarla, bloccando quindi qualsiasi software che fa uso dei suoi servizi.

Come palliativo gli sviluppatori di Linux hanno creato /dev/urandom: una versione non-bloccante di /dev/random che ricicla i numeri generati in caso di esaurimento dell'entropia del sistema. Eliminando così tutti i benefici derivanti dal re-seeding.

Ora starete pensando che un utente accorto può effettivamente fare un buon uso di /dev/random limitando le chiamate e creando un proprio PRNG all'interno dei suoi programmi... Sorvolando sull'intera questione del "perché usare /dev/random allora?" punto il dito su quanto scritto prima: scrivere un buon PRNG richiede numerose conoscenze e capacità e ci si espone molto facilmente ad attacchi se si decide di fare affidamento ad algoritmi men che perfetti.

In sostanza: se non siete dei guru, non fatelo.

C'è un'altra circostanza in cui l'uso di /dev/(u)random è sconsigliato: per ottenere un numero casuale occorre eseguire la procedura sopradescritta che consta di tre fasi. Aprire un file descriptor può non essere possibile (sì, Virginia, un processo può esaurire il numero massimo di file che può aprire in contemporanea), inoltre un'operazione che dovrebbe essere atomica (indivisibile) viene divisa in tre operazioni. Questo è male in tutti quei contesti in cui l'atomicità di un'operazione è critica, come ad esempio nel caso di un'applicazione multi-threaded.

Forse un esempio chiarirà le idee: supponiamo di avere un'applicazione che ha la necessità di autenticare gli utenti e che lo faccia tramite un meccanismo di crittazione basato su chiavi monouso. Ogni volta che un utente si vuole connettere il server crea una stringa di bit casuali che verranno usati come chiave crittografica temporanea per quella sessione. Supponiamo ora che l'applicazione in questione sia multi-threaded e che crei un nuovo thread ad ogni richiesta di connessione. Oltre al problema dell'esaurimento dell'entropia abbiamo ora anche un problema di accesso concorrente a /dev/(u)random in cui due thread potrebbero leggere la medesima porzione dello stream di dati casuali con conseguente calo drastico della sicurezza del sistema.

Il nostro programma di esempio si trova ora incastrato tra l'incudine e il martello: se utilizza dei meccanismi per impedire l'accesso concorrente a /dev/(u)random si troverà ad avere dei thread bloccati in attesa del loro turno, se non li utilizza rischia di avere due (o più connessioni) che condividono la stessa chiave crittografica. Quanto sia alto questo rischio dipende da numerosi fattori tra cui il più importante è il carico a cui è sottoposto il sistema: maggiore sarà il carico maggiore sarà la probabilità di collisioni.

Ed ora il motivo principe per cui usare /dev/(u)random non è una buona idea: pur essendo un file speciale si tratta sempre di un file. Per leggerlo, oltre alla necessità di avere un file descriptor disponibile, dovete anche avere i permessi per leggerlo e dovete essere in grado di trovarlo. Supponiamo che il vostro programma sia eseguito in una gabbia chroot e che quindi non abbia accesso alla directory /dev e quindi al suo contenuto. In questa situazione le chiamate a file esterni alla gabbia falliscono e quindi siete costretti a ricreare i file speciali all'interno della gabbia chroot e ad istruire il kernel a collegare il generatore di entropia a quei file (non è impossibile, ma è alquanto laborioso). Ma c'è un caso peggiore: supponete che il vostro sistema abbia ricevuto la visita di un malintenzionato che abbia eliminato /dev/random e /dev/urandom e li abbia sostituiti con un nuovo device che altro non è che /dev/zero. Inquietante, nevvero?

Certo, in quest'ultimo caso siete già stati compromessi e quindi non c'è molto che possiate fare, ma sappiate che esistono delle alternative e che (grazie alle pressioni fatte dal team che sta portando LibreSSL su Linux) è possibile chiedere direttamente al kernel di riempire un buffer di memoria con dati casuali grazie a getrandom(2) (https://git.kernel.org/cgit/linux/kernel/git/torvalds/linux.git/commit/?id=c6e9d6f38894798696f23c8084ca7edbf16ee895 ).

Con questo vi saluto e vi invito a leggere la presentazione di Theo DeRaadt tenuta all'EuroBSDcon 2014 (nonostante sia scritta in Comic Sans contiene numerosi spunti e informazioni utili):

http://www.openbsd.org/papers/eurobsdcon2014_arc4random/index.html